JACOPO GIUNTINI - PSICOLOGO
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L'impossibilità di non comunicare

4/16/2020

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Comunicazione
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Ognuno di noi è immerso in comunicazioni con altre persone da quando è nato, perciò non c’è rischio di sbagliarsi affermando che siamo tutti esperti di comunicazione. Tuttavia l’esperienza vissuta, soprattutto quella più banale e comune, spesso non è passata sotto il vaglio della consapevolezza, cosicché in genere non riusciamo ad afferrare completamente aspetti di vita di cui siamo partecipi continuamente. La comunicazione umana racchiude diverse implicazioni, che se conosciute possono far aprire gli occhi su situazioni di vita ricorrenti.
Paul Watzlawick e altri ricercatori (1971) si sono approcciati allo studio della comunicazione umana, attraverso il parallelo con la matematica e con la cibernetica, ed hanno individuato diversi elementi interessanti. Una delle prime cose che hanno compreso è che non si può non comunicare.

​Il comportamento infatti, qualunque esso sia, ha sempre valore di messaggio per un’altra persona, e poiché il comportamento non ha un suo opposto, non è possibile scegliere di non comunicare. Sia che si scelga di parlare che di stare in silenzio, si comunica qualcosa. L’attività o l’inattività hanno valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri non possono non rispondere a loro volta, comunicando anche loro.


L’uomo che sta ad occhi bassi mentre aspetta l’autobus, sta comunicando che non vuole comunicare con nessuno, e non vuole che gli si rivolga parola. All’opposto quello che sta camminando a destra e a sinistra guardando prima l’orologio, poi il volto di chi aspetta alla pensilina con lui con aria polemica, ha voglia di lamentarsi per il fatto che l'autobus non sia ancora arrivato. In genere le persone colgono i messaggi altrui e agiscono di conseguenza in modo adeguato, nei casi precedenti evitando di disturbare la persona che vuole stare in silenzio, e facendo un commento solidale a quella che ha voglia di lamentarsi del ritardo.

Ma una persona che non voglia relazionarsi con gli altri, può realmente farlo? E se si, in quali modi? Le risposte a queste domande possono avere risvolti interessanti.
Immaginiamo una situazione in cui due estranei si incontrano, uno dei due vuole conversare, mentre l’altro no. La persona che vuole parlare, rivolge una domanda all’altro per iniziare una discussione. L’altro, che non vorrebbe comunicare, ha quattro possibilità di reazione:

  • “Rifiuto” della comunicazione: con maniere più o meno educate può far capire di non aver voglia di conversare; comunica di non voler comunicare. Questo ha ovviamente delle conseguenze, come il fatto che l’altra persona si dispiaccia, e che il nostro uomo si senta in imbarazzo. Se può andarsene velocemente finisce tutto lì. Se però il luogo in cui i partecipanti si trovano implica che i due non si possono allontanare fisicamente (es. passeggeri vicini in un aereo), il rifiuto potrebbe creare un’atmosfera di tensione per il tempo in cui i due stanno vicini, obbligando ugualmente il passeggero che aveva voglia di essere lasciato in pace a entrare in una qualche relazione con l’altro, una reazione peraltro di tensione.
 
  • Accettazione della comunicazione: si rassegna e risponde alle domande dell’altro, anche se non ne ha voglia. Una volta che ha cominciato a rispondere, troverà sempre più difficile fermarsi, e sarà intrappolato nella comunicazione.      
 
  • Squalificazione della comunicazione: la persona che non ha intenzione di conversare può anche decidere di comunicare in modo tale da invalidare le proprie comunicazioni o quelle dell’altro, esprimendosi in modo un pò confuso, cambiare argomento o sfiorarlo, dire frasi incoerenti o incomplete, contraddirsi, usare manierismi, fraintendere, dare interpretazioni letterali delle metafore e interpretazioni metaforiche di osservazioni letterali ecc; in questo modo parlerà ma in modo non tanto comprensibile, e limiterà l’esposizione personale nella relazione, perché ciò che dice non è chiaro. Questa comunicazione è messa in atto da chi si trova alle strette in una situazione in cui si sente obbligato a comunicare, ma nello stesso tempo vuole evitare l’impegno inerente alla comunicazione. Immaginiamo però un contesto familiare malato, in cui i genitori utilizzino una certa manipolazione sul bambino, o critichino a prescindere quello che egli dice. In questi casi il bambino potrebbe aver paura di comunicare, per paura di essere svalutato o frainteso in quello che dice, ma non comunicando potrebbe ferire un genitore e non lo vuole, quindi si potrebbe avvalere di questo tipo di linguaggio confusivo, che poi si potrebbe portare dietro anche da adulto. Secondo l’autore, la comunicazione tipica dello schizofrenico, è un tipo di comunicazione di questo tipo, l’unica reazione possibile a un contesto di comunicazione assurdo e insostenibile.
 
  • Sintomo come comunicazione: infine la persona che non ha voglia di parlare può ricorrere ad una finzione per non parlare, come far finta di aver sonno, di essere sordo, ubriaco, di non conoscere la lingua o può simulare qualunque altro stato di incapacità o qualunque difetto che giustifichino l’impossibilità di comunicare. Questa è una giustificazione al non comunicare, non è colpa del soggetto ma del “problema” che egli ha e che gli impedisce di farlo, è una motivazione non controllabile. Questa strategia è valida per non comunicare senza evitare di rifiutare la comunicazione. Se viene applicata dal bambino per adattarsi ad un ambiente familiare malato, può diventare talmente perfetta come strategia, che lo stesso individuo si convince di essere in balia di forze che non può controllare, evitando così il senso di colpa e il biasimo delle persone che contano in quel momento. Un sintomo nevrotico, psicosomatico, o psicotico, andrebbero letti, secondo questa teoria, in questo modo. Il soggetto riesce quindi a convincersi di essere in balia di forze che non controlla. Il sintomo dunque, alla luce di questa teoria della comunicazione, altro non è che un messaggio non verbale. Non sono io che non voglio (o voglio) fare questo, è qualcosa che non posso controllare (es. la malattia, l’ansia, l’alcol, l’educazione che ho ricevuto …).


La teoria della comunicazione, da quindi una chiave di lettura interessante a tutti i sintomi psicologici, per domandarsi "che genere di situazione relazionale sto cercando di evitare con tale sintomo? E perchè?".

Gli autori si concentrarono sull'applicazione di questo modo di pensare soprattutto agli schizofrenici, che ovviamente hanno la modalità più assurda di sfuggire alla comunicazione con gli altri.  Poiché ogni comunicazione implica un impegno di relazione con un’altra persona, l’individuo schizofrenico si comporta come se volesse evitare l’impegno mediante la non comunicazione. Tuttavia siccome anche il non voler comunicare è comunicazione,  egli tenterà di negare anche di non voler comunicare. L’eloquio schizofrenico è dunque una lingua che lascia all’ascoltatore la scelta tra i molti significati possibili, diversi e anche incompatibili avvolte tra loro. Diventa così possibile negare parzialmente o totalmente gli aspetti di un messaggio.

Bibliografia

Watzlawick, P., Beavin, J.,H., Jackson, D.,D.,(1971), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma
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