JACOPO GIUNTINI - PSICOLOGO
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Come si struttura il nostro tempo?

5/1/2020

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Bisogni Umani
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L'essere umano ha bisogno di dare una struttura al suo tempo.

Questo si deve al fatto che ha bisogno di stimoli per vivere bene.

Gli stimoli possono essere sia di ordine fisico che di ordine emotivo: sin da neonati abbiamo bisogno di carezze, abbracci, sorrisi, parole, riconoscimenti per poter seguire uno sviluppo psicologico nella norma.


Nelle suoi storici esperimenti, Spitz (1945) ha dimostrato come bambini in un orfanotrofio allevati senza  il contatto fisico e affettivo materno, ma solo con nutrimento materiale, subivano profondi danni allo sviluppo delle normali funzioni mentali, oltre che a sviluppare un tipo di depressione da lui definita anaclitica, ed essere più predisposti a mortalità infantile.

Anche da adulta, una persona che venisse ipoteticamente  privata totalmente di stimoli, sia sensoriali che emotivi probabilmente svilupperebbe stati di psicosi o di grave confusione mentale.

Una scarsità di stimolazione nella vita quotidiana, come ci ricorda Erich Fromm (1975) genera noia, che se portata avanti porta ad una condizione di apatia, inedia emotiva, depressione.
L’uomo dunque rifugge la noia con tutte le sue forze, e non riesce a stare a suo agio se non fa qualcosa. Deve strutturare il suo tempo in qualche modo.

Il tempo non strutturato addirittura spaventa. La mancanza di qualcosa da fare, ci pone in contatto con un vuoto, ci rimanda all’idea della morte e al sentimento di inutilità e genera sentimenti di ansia e depressione. 

Molte persone al momento della pensione, dopo una vita di lavoro, si sentono depresse, annoiate, e anche spaventate da tutto questo vuoto di tempo non strutturato davanti a loro.

Il lavoro, infatti, 
risolve questa esigenza, oltre a quella di permetterci di sopravvivere, imponendoci come passare le nostre ore. 

Ma anche in diverse situazioni si avverte il timore di non sapere come strutturare il tempo, ad esempio quando siamo in compagnia di una persona con cui non abbiamo molta confidenza e si esauriscono gli argomenti.

Eric Berne (1964),  chiama questo bisogno umano con il termine “fame di struttura”, e fornisce una classificazione interessante delle modalità a disposizione delle persone per strutturare il loro tempo.
Si può passare il nostro tempo da soli o con altre persone, e la scelta della modalità dipenderà dai rischi che una persona è disposta ad assumersi.
Se la più grande e salutare fonte di soddisfazione è rappresentata dallo stabilire l'intimità con altri esseri umani, ricercare questo contatto non è sempre così facile, e certamente non per tutti, perché cela sempre il rischio di rifiuto, o peggio di disinteresse.
Strutturare il tempo da soli presenta meno rischi, ma si ricevono meno stimoli appaganti, come riconoscimenti e interesse da parte degli altri, e la mente umana necessita di questi stimoli, che Berne chiama metaforicamente "carezze".

L'individuo solo può occupare il tempo svolgendo un'attività che lo tiene occupato, come il lavoro o una passione o utilizzando la fantasia, isolandosi dal mondo esterno. Entrambe le modalità implicano scarso rischio di rifiuti da parte altrui, ma allo stesso modo comportano uno scarso guadagno di carezze altrui. C'è da precisare che queste modalità solitarie di passare il tempo, possono svolgersi anche se si è in presenza di altri: si può essere soli anche in mezzo a tanta gente.

Il discorso diventa più interessante quando si tratta di strutturare il tempo con gli altri. Lo si può fare nei modi seguenti:


  • Rituali
Il rituale è una serie stereotipata di comunicazioni semplici, programmate da forze sociali esterne. Un esempio di rituale è il modo di salutare, o il modo di presentarsi, o le frasi di circostanza che sono appresi dai propri genitori e dalla società in cui le persone sono nate, e quindi rituali diversi esistono in diverse parti del mondo.
Il rituale è un modo di strutturare il tempo che assicura un minimo di "carezze" senza grosso sforzo. Nel conoscere una persona per la prima volta si comincia con dei rituali. Ci sono persone che per paura dell'intimità possono strutturare il tempo con gli altri soprattutto attraverso rituali.
Un esempio di rituale potrebbe essere quello di due persone che si incrociano lungo il marciapiede:
A: Buongiorno
B: Buongiorno
A: "Fa caldo, eh?" 
B: "Altrochè! Ma forse pioverà" 
A: "Be', stia bene"
B: "Ci vediamo"
A: "A presto."
B: "A presto"
Questo dialogo non è inteso a fornire informazioni, ma a fornire considerazione reciproche, quindi è un rituale di carezze reciproche tra due persone che hanno una conoscenza superficiale l'una dell'altra. Il rituale si basa su precisi calcoli intuitivi di tutti e due i partecipanti, che nell'attuale stato della loro conoscenza, calcolano che devono scambiarsi un numero di carezze simili all'esempio. Se uno dei due fornisce meno carezze del previsto l'altro ci rimane male (ad esempio se alla domanda sul tempo di A, B non risponda ), ma anche se decide di dare più carezze del normale, l'altro può sentirsi a disagio.


  • Passatempi
Il passatempo è definibile come una interazione semplice che si concentra intorno ad un argomento particolare. È il classico modo di passare il tempo durante una festa, in cui si parla di qualcosa, e ognuno cerca di assumere la sua parte, di trovare la sua nicchia di considerazione, cercando di non ricevere antagonismi altrui. Attraverso il passatempo l'individuo può ricevere molta più considerazione positiva di un rituale, ma può anche più facilmente subire una critica. È attraverso i passatempi che le persone confermano le loro idee su se stesse, e cercano conferme rispetto alla loro "parte" assunta socialmente. Inoltre queste interazioni svolgono un'ulteriore funzione : esplorare gli altri come possibili partner per uno scambio di carezze più intenso, che può aver luogo nei giochi o nell'intimità.

  • Attività
Si può passare il tempo con gli altri svolgendo un compito assieme, come sul lavoro, o anche fare nel tempo libero qualcosa che implichi un obiettivo concreto, e delle procedure per ottenerlo. In tal caso il livello di appagamento e di considerazione sono condizionate alla realizzazione degli obiettivi, e possono essere anche una buona fonte di carezze. ​Le attività possono in effetti essere fonte di riconoscimenti da parte degli altri a lavoro compiuto, quando si realizza qualcosa e si mostra, ma sono comunque modalità di entrare in relazione con gli altri non molto rischiose.

  • Giochi
Quante volte gli individui si accorgono di trovarsi regolarmente in situazioni simili? Di litigare per la stessa cosa con persone diverse, o di vivere gli stessi conflitti in situazioni distinte? Parte del  tempo degli individui viene speso per ricreare tali situazioni relazionali ripetitive, effettuando dei "giochi" inconsapevoli con quelle persone con cui hanno un rapporto più approfondito.
I giochi sono interazioni ricorrenti in apparenza normali, ma che contengono in realtà significati ulteriori rispetto a quelli apparentemente comunicati. Con tali modalità di interazione le persone riescono a creare determinati effetti nella relazione, spesso effetti sgradevoli per entrambi i partecipanti, ma che vanno a riproporre situazioni tipiche della loro vita. Il perché le persone tendono a riproporre le stesse situazioni sgradevoli, sarà argomento di un altro articolo. Interessante notare che, secondo Berne, gli individui spesso si piacciono e scelgono reciprocamente tra tanti di approfondire un rapporto  di amore o di amicizia proprio in funzione del fatto, che intuitivamente sentono che l'altro ha una predisposizione a mettere in atto un gioco che si incastra bene col proprio.
Un esempio di gioco tra tanti potrebbe essere quello dell'individuo che, triste, chiede aiuto ad un amico, ma rifiuta ogni aiuto fornito, perché nessuno dei consigli forniti centra realmente il punto, finendo per sentirsi non compreso, come del resto gli accade spesso. Dall'altra parte probabilmente l'amico sarà tendente a mettere in atto il gioco opposto, ossia tentare di aiutare e dare consigli a tutti i costi chi sta male, sentendosi in dovere di rimediare alla sofferenza dell'altro, e vivendo nella non accettazione dei propri aiuti una sensazione di fallimento, di non essere all'altezza. I giochi in questione si completano bene.
I giochi comportano un intenso scambio di carezze negative e svalutazione, ma si tende sempre a scaricare la colpa sull'altro e quindi il rischio percepito è minore comunque dell'intimità.


  • Intimità
​L'intimità è la sola risposta veramente soddisfacente al bisogno di stimolo e al bisogno di struttura. Si tratta di una franca, immediata espressione di sè, senza elementi illusori, che implica consapevolezza. Essa può prevedere carezze sia positive che negative, ma dirette. Ovviamente le carezze scambiate qui sono le più intense. Mentre nel gioco ognuno addossa la responsabilità sull'altro, nell'intimità ognuno accetta la propria responsabilità. Gli individui si scambiano emozioni e desideri intensi. 
Poiché non è programmata, l'intimità è anche il più imprevedibile tra tutti i modi di strutturare il tempo, così può essere percepita come il modo più rischioso, mentre in realtà qui il rischio è minore. Infatti, quando due persone sono in intimità comunicano senza svalutazione. Quindi l'esito di un'interazione vissuta in intimità con un altro sarà sempre costruttiva, sia che comporti emozioni positive che negative.

Bibiliografia

Berne, E., (1964), A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano
Fromm, E. (1975), Anatomia dell'aggressività umana, Mondadori, Milano
Spitz, R., (1945), Hospitalism: Genesis of Psychiatric Conditions in Early Childhood, Psychoanalytic Study of the Child

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